Lo sguardo etico sul diritto laico

Lo scorso 10 marzo il Direttore dell’Avvenire   — sollecitato da un lettore che gli chiedeva di esprimersi in relazione alle recenti sentenze che hanno legittimato l’adozione da parte di coppie omosessuali — ha scritto che i giudici «non amministrano una giustizia nella quale ci si fa carico dell’interpretazione della legge, ma rivelano una attività normativa impropria […] che si fonda sulla disapplicazione della legge vigente in Italia e persino sul suo capovolgimento in nome di un’altra legalità». Opinione legittima per un giornalista, ma impropria per un giurista. Non trovo calzante che egli si sia appoggiato sul parere autorevolissimo di Carlo Cardia, che in realtà il giorno precedente aveva espresso critiche molto più raffinate, senza entrare nel merito delle sentenze richiamate. Né chiamerei in causa l’articolo di un magistrato amministrativo che sullo stesso giornale aveva giustamente avvertito che «le sentenze dei giudici scavalcano le leggi nazionali e ne travolgono i confini». Quest’ultima osservazione non è infatti una profezia catastrofica, ma un semplice dato di fatto, perché i giudici nazionali devono applicare le norme tenendo conto dei principi generali. Che a loro volta si traggono da un complesso di riferimenti desunti da Convenzioni e trattati internazionali, che funzionano come ineludibili “segnapista”. In questo senso bisogna far pace col fatto che il genere e l’orientamento sessuale non possono essere causa di discriminazione. I diritti fondamentali appartengono agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine, ai vecchi e alle vecchie senza ulteriori distinzioni.

Vuol dire che oggi le famiglie sono plurali, monocolore e arcobaleno, e la stessa filiazione segue regole un tempo impensabili, ma oggi possibili. Ognuno può esprimere in proposito il proprio giudizio morale, anche negativo. Ma questo non può diventare un criterio guida per il diritto, che è e deve restare laico. Non voglio essere frainteso: quando dico laico non intendo senza valori o senza principi, ma libero dalla soggezione a criteri guida religiosamente o ideologicamente qualificati.

La laicità del diritto garantisce tutti, e anche i cattolici dovrebbero difenderla con tutte le loro forze. Invece sembra prevalere una resistenza, talvolta aperta e altre volte sottile, che nasconde un’idea tradizionale del diritto come espressione del potere. In altre parole, se non riesco a convincere della bontà (o della malignità) di certe scelte, chiedo al diritto di imporle (oppure vietarle). E quando mi accorgo dell’impotenza del diritto, me la prendo col mondo che disobbedisce. E se penso che si debba disobbedire, allora me la prendo con chi obbedisce. Questa visione cattolica – diciamolo pure, integralista – mi ricorda la tentazione antica di chi si affida alle regole perché non confida nella libertà della coscienza. Impone invece di proporre. Segue strade vecchie – che hanno dimostrato ampiamente la loro fallacia – in un mondo oramai distante anni luce dai riferimenti tradizionali. Il diritto, lo Stato, le Chiese, le religioni, il mondo si presentano in modo complesso e superdiversificato: chi vuole leggerlo attraverso codici nazionali assomiglia a chi cerca di svuotare il mare con un cucchiaio.

I giudici di Trento e di Firenze hanno scritto buone sentenze. Hanno risposto alle domande applicando correttamente la legge nazionale che disciplina l’efficacia interna degli atti stranieri. Hanno detto che il loro punto di riferimento deve essere l’interesse del bambino, e hanno ritenuto che per quei bambini la continuità degli affetti fosse più importante di altri criteri. Questo – in effetti – dice la legge. Possiamo non essere d’accordo con le unioni civili, possiamo considerare l’aborto un omicidio, possiamo deplorare le madri surrogate: ma non possiamo pensare di imporre il nostro punto di vista.

Sarebbe peraltro una battaglia persa. Possibile che i cattolici italiani non abbiano imparato nulla dal referendum sul divorzio, l’aborto, la procreazione assistita? È soddisfacente chiamare il matrimonio fra persone dello stesso sesso “unione civile”? Ha senso vietare l’adozione del figlio del partner? Quali diritti umani stiamo difendendo?

Un’ultima considerazione vorrei farla sul presunto «diritto dei figli a essere allevati da papà e mamma» richiamato da Carlo Cardia. Che offre così un’immagine idilliaca, eppure mitica. Quanti sono i bambini cresciuti senza uno dei due genitori? E quanti sono curati da mamme e papà che non li hanno concepiti? Il mondo è pieno di ferite. Che la legge non può ignorare: adottare significa dare un padre e una madre a chi non li ha. Talvolta basta uno dei due. I bambini hanno diritto ad una famiglia, e le famiglie sono plurali. Forse non lo capiamo o non lo apprezziamo, ma i diritti non nascono dalla legge: sono un prodotto dei bisogni umani. La legge deve essere capace di tradurre certi bisogni in diritti, altrimenti è ingiusta (questo me lo ha insegnato il Prof. Cardia: forse ha cambiato idea?)

 

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