La legge italiana e le offese al papa.

Roma ne ha viste tante e non si scandalizza più di niente. I manifesti che il 4 febbraio 2017 sono apparsi per le strade della Città eterna col faccione disgustato di papa Francesco non hanno certo impensierito i romani. Anche il vescovo di Roma non deve essersi troppo preoccupato. Sono finiti i tempi del Papa Re, quando la statua di Pasquino dava voce ai sudditi dissidenti.

Qualcuno sembra però non volersi arrendere al corso della storia. Nascondendosi – nemmeno troppo – dietro l’anonimato, ha fatto affiggere dei manifestoni per rimproverare al papa di vivere quell’antico vizio che i toscani rimproveravano a padre Zapata, che predicava bene ma razzolava male. Questi signori e queste signore dicono che papa Francesco predica una misericordia che  “manco sa ‘ndò sta de casa“. Deve essere gente così familiare che lo chiama amichevolmente “France'”: un indizio per chi dovrebbe indagare.

Già. Qualcuno dovrebbe indagare perché questo gesto integra una specifica ipotesi di reato. Precisamente descritta nell’art. 8, secondo comma, della legge 27 maggio 1929, n. 810. Una norma un po’ vecchiotta che metteva a posto un vecchio dissidio tra il Papa, già Re, e il Re d’Italia. Il Trattato del Laterano infatti stabiliva che “le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re“. Mutata la forma di Stato, la parolina “Re” è stata sostituita con  “Presidente della Repubblica” (legge 11 novembre 1947, n. 1317). Sicché chi offende il papa incorre in un reato proprio, punito nelle forme previste dall’art. 278 del codice penale (da uno a cinque anni di reclusione).

Si badi bene. La norma incriminatrice è esattamente quella vecchiotta ma pienamente vigente del 1929: perciò non protegge il papa nella sua qualità di capo di uno Stato estero ma esattamente nella sua qualità di “Sommo Pontefice”, persona che l’Italia considera sacra ed inviolabile perché è il capo della Chiesa cattolica. Può non piacere, può sembrare poco laica, ma tant’è. Non c’entra niente il vilipendio, non c’entra niente l’essere Capo di Stato: basta essere il Sommo Pontefice.

La procura della Repubblica può quindi avviare un’inchiesta per trovare gli autori materiali del fatto e condannarli alla pena che si addice alla loro condotta. Se poi una volta trovati si schermissero dicendosi burloni innocui che volevano fare uno scherzetto di carnevale, sappiano che la Corte di Cassazione (562/1972) ha già precisato che per la sussistenza di questo delitto è sufficiente “la mera volontà di compiere l’azione offensiva con la consapevolezza di arrecare ingiuria alla persona investita della carica”. Se si scoprisse infine che non si tratta di persone consapevoli di quello che fanno, allora si vedrà …