Il “Patto nazionale per un Islam italiano”

I rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla cattolica dovrebbero essere “regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”  (art. 8, comma 3, della Costituzione italiana). La prima legge sulla base di intesa è stata emanata nel 1984. Da quell’anno, a fasi alterne, sono via via state emanate altre leggi sulla base di altre intese con molte confessioni religiose. Restano esclusi i Testimoni di Geova (che hanno sottoscritto un’intesa non approvata dal Parlamento) e altri gruppi minoritari, ma soprattutto l’intero mondo islamico. Quest’ultima esclusione esprime nodi irrisolti di grande rilievo. Qualcuno ha ritenuto che la mancanza di una rappresentanza islamica unitaria impedisse l’avvio di trattative con lo Stato. In realtà il pluralismo islamico non costituisce in sé un problema, ad esempio col Cristianesimo sono state sottoscritte otto diverse intese (per tacere del concordato) e con il Buddismo due.

Tuttavia il dialogo con l’Islam italiano ha seguito una strada diversa. Specifiche ragioni geopolitiche hanno fatto prevalere sulla questione religiosa i temi connessi all’immigrazione straniera e ancor più alla paura del terrorismo. Per questi motivi già nel 2005, ripetendo scelte adottate da altri Stati europei, il Ministro dell’interno Pisanu aprì un tavolo di dialogo istituendo una prima “Consulta per l’Islam italiano”, poi ripresa dal Ministro Amato, che patrocinò anche l’adozione di una discussa “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione”, nonché una “Dichiarazione di intenti per una federazione dell’Islam italiano”.

In altre sedi ho discusso con ampiezza questi temi. In questo breve articolo desidero piuttosto segnalare schematicamente i passi fin qui fatti dallo Stato per tenere vivo un filo di relazione istituzionale con la presenza islamica, nel quadro di iniziative controverse perché assunte fuori dal canale costituzionalmente più proprio (ossia quello delle leggi sulla base di intesa).

Questa linea politico amministrativa è stata confermata un po’ da tutti i governi che si sono succeduti nel tempo. Dopo Pisanu e Amato, anche il Ministro Maroni nel 2010 costituì un “Comitato per l’Islam italiano” e, sotto il governo Monti, venne promossa una più larga “Conferenza permanente “Regioni, cultura, integrazione””, che assumeva anche la questione islamica.

Queste esperienze sono state riprese anche dal Ministro Alfano, che nel 2016 ha costituito un “Consiglio per le relazioni con l’islam italiano”, che tuttora siede presso il Ministero adesso gestito da Marco Minniti.  L’eccezione islamica quindi si è ormai consolidata secondo una prassi che coinvolge in modo significativo il Ministero dell’interno. Nel mese di luglio del 2016 proprio al Viminale si è tenuto un incontro comune fra il predetto Consiglio e un “Tavolo di confronto con i rappresentanti delle maggiori comunità e associazioni islamiche presenti nel Paese” (soggetto, quest’ultimo, non molto definito sotto il profilo formale) nel corso del quale è stato discusso un documento noto come “Ruolo pubblico, riconoscimento e formazione degli imam”. Un tema a sua volta molto controverso. Un esperimento di formazione degli imam è stato già condotto in Italia nel 2011. Si tratta di un progetto interessante, anche se molto discutibile, perché assegnare a soggetti pubblici la formazione religiosa dei ministri di un culto assume caratteri scarsamente compatibili con la laicità dello Stato, che certamente non ha competenze teologiche.

Va visto quindi con favore il fatto che il Ministero dell’interno abbia poi deciso di correggere il tiro e avviare un Corso di informazione sulla normativa italiana in materia di libertà religiosa rivolto ai “leader religiosi” non cittadini eurounitari, di recente ingresso in Italia, appartenenti a tutte le confessioni religiose ancora senza intesa (qui una sintesi del progetto).

Il 5 novembre 2015 è stato poi sottoscritto dall’Unione delle comunità islamiche in Italia (una delle associazioni dell’Islam italiano) con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria un interessante Protocollo volto a favorire l’accesso di mediatori culturali e ministri di culto negli istituti penitenziari, anche al fine di guidare momenti collettivi di preghiera (adesso per lo più presieduti da detenuti che svolgono impropriamente la funzione di imam).

Da ultimo il 1 febbraio 2017 nove soggetti rappresentativi dell’Islam italiano hanno sottoscritto un “Patto nazionale per un Islam italiano“. Un documento redatto con l’ausilio del Consiglio per i rapporti con l’Islam italiano [sic: i.e. lo stesso soggetto altrove denominato “Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano] e recepito dal Ministero dell’interno. Quest’ultimo atto prosegue il cammino avviato oltre dieci anni fa e che vede in sostanza il coinvolgimento dello Stato nella promozione di un soggetto islamico nazionale, che a sua volta cerca di raccogliersi intorno a punti di incontro ben definiti e – in un certo senso – sostenuti dallo Stato.

A questo riguardo l’ecclesiasticista – che vuole astenersi da valutazioni di carattere politico – non può non esprimere alcune perplessità di carattere tecnico-giuridico. Innanzitutto per la tendenza consolidata a gestire queste relazioni con l’Islam in un contesto eccezionale e diverso da quello riservato alle altre Confessioni religiose; e poi per l’eccessivo (a mio avviso improprio) richiamo alla legge 1159 del 1929 – nota come legge sui “culti ammessi” – come fonte di riferimento per il “riconoscimento” dei soggetti religiosi di ispirazione islamica. Il dialogo istituzionale con l’Islam italiano non dovrebbe svolgersi in sedi eccezionali e diverse da quelle previste dalla Costituzione. La sicurezza si ottiene garantendo libertà uguali per tutti, nel rispetto della laicità dello Stato.