Errare humanum est, perseverare autem diabolicum

Le cronache odierne ci mettono a conoscenza di un ultimatum del Card. Burke: se il papa non risponde ai dubbi, passate le feste, procederà alla correzione formale del papa (vedi qui). Ho già affrontato la questione (vedi qui e qui ). In sostanza, segnalavo da un lato la pretestuosità dei dubbi e dall’altro lato l’inesistenza nella storia della Chiesa di “atti formali di correzione” del romano pontefice. Preciso: non di atti di correzione fraterna, che dovrebbero anzi essere alla base della vita della Chiesa, ma di “atti formali di correzione” intesi come “atti di richiamo alla retta dottrina”, ossia pronunce tese a condannare un errore in fide del papa.

E’ infatti fuori di dubbio che anche i papi possano cadere in errore. Tuttavia per la Chiesa cattolica in materia di fede – e più generalmente, in materie che toccano il munus docendi – le parole del vescovo di Roma assumono un valore particolarmente pregnante, sicché un cattolico che le contesti consapevolmente sa bene di porsi su una china scivolosa, perché mette in dubbio la propria comunione con il capo della sua Chiesa. Se il contestatore è un vescovo, la questione si fa ancora più delicata (se poi è anche un cardinale, assume toni paradossali).

Non intendo toccare aspetti di carattere filosofico o teologico; mi fermo al dato giuridico e prescindo perfino dal dogma della infallibilità pontificia. Sia perché è stato dichiarato troppo poco tempo fa e sia perché, tutto sommato, non è nemmeno perfettamente riconducibile alla fattispecie che ci interessa. Ammetto quindi che il papa sia fallibile. Mi chiedo quindi quali siano i termini giuridici della questione prospettata da Burke: ammesso che il papa possa deviare dalla fede, chi può giudicarlo? Conseguentemente, chi può correggerlo e come?

L’ipotesi è stata considerata sempre assurda, perciò mai regolata dalla legge canonica, che anzi precisa esplicitamente che nessuna autorità è superiore a quella del romano pontefice, il quale, in forza del suo ufficio, gode di potestà suprema, piena, immediata e universale (can. 331) e i vescovi sono suoi assistenti e collaboratori (can. 334), non certo suoi controllori. Ciò non toglie che si debba prestare la dovuta attenzione al sensus fidei del popolo di Dio. Nessuno può essere costretto a credere o a comportarsi contro la propria coscienza: nella Chiesa cattolica romana non c’è chi guida e chi è guidato: si cammina insieme sostenendosi reciprocamente.

Il card. Burke sembra invece avere gli occhi fissi al passato. Teme di guardare oltre perciò si guarda indietro. Così gli pare di trovare nel passato segni che possano confermare la bontà delle sue intenzioni. Ad esempio afferma che nei secoli passati sia stata praticala la “correzione formale” di pontefici romani regnanti. Non lui, ma altri a tal proposito citano papa Giovanni XXII, un papa avignonese (1316-1334) che venne inquisito dal re di Francia Filippo VI che gli contestava un’errata interpretazione sullo stato dei beati, accesa nel bel mezzo di altre polemiche che complicavano le relazioni civili ed ecclesiali dell’epoca (vedi qui).  Altri a questo proposito citano san Roberto Bellarmino, che in effetti si pose la questione ipotetica del papa eretico, che oggi viene maliziosamente interpretata da alcuni pensatori come un’ipotesi teologicamente plausibile. Siccome la storia bimillenaria della Chiesa raccoglie un po’ tutto e il contrario di tutto, non si può negare che il tema sia stato affrontato, ma è stato anche risolto con una costante e progressiva affermazione della sua impossibilità. La posizione del dogma ottocentesco dell’infallibilità pontificia e l’attuale disciplina canonica sono a tal proposito molto chiare. Vorrei dire: non lasciano dubbi.

Vescovi e cardinali, studiosi e studenti che volessero tornare a studiare il Decretum di Graziano o Giovanni XXII e lo scisma post-avignonese, incontrerebbero le tesi conciliariste che, davanti ad una Chiesa divisa dalla fedeltà a due (e perfino tre) papi – ciascuno dei quali poteva contare su un gruppo di vescovi e cardinali più o meno fedeli all’uno o all’altro – proponevano la superiorità del concilio al vescovo di Roma. Tesi – almeno giuridicamente – superate dalla storia successiva.

In conclusione, quando il cardinale Burke, o chi per lui, paventa un “atto formale di correzione” del romano pontefice, sa bene di agitare un vessillo inesistente. Dà solo voce alla sua ambizione di ergersi a giudice del vescovo di Roma, quasi fosse egli l’interprete autentico del magistero cattolico. Non c’è dubbio – è il caso di dirlo – che in questo modo ci si allontana dalla comunione con il successore legittimo di Pietro e il popolo raccolto intorno a lui.

Errare si può, ma perseverare nell’errore è certamente divisivo: diabolicum, avrebbero detto gli antichi, di cui molti amano trovarsi in compagnia.